Il vocalist, speaker radiofonico e appassionato di moda racconta il suo percorso tra intrattenimento, comunicazione e immagine, con l’ambizione di unire linguaggi diversi e conquistare nuovi palcoscenici senza rinunciare alla propria identità

Ci sono professionisti che sanno adattarsi a palcoscenici diversi senza perdere la propria identità. Alan Amadori è uno di loro: la sua esperienza come vocalist nelle discoteche gli ha insegnato a leggere il pubblico e a trasformare l’energia di una sala in un’esperienza condivisa, mentre il percorso da speaker radiofonico gli ha permesso di approfondire il controllo della voce e il valore delle parole. A completare questo universo arrivano la moda e l’interesse per la televisione, due ambiti nei quali immagine e comunicazione possono diventare strumenti per raggiungere un pubblico sempre più ampio. La sua visione è chiara: non scegliere una sola strada, ma far dialogare linguaggi differenti.
Come riesci a trasferire l’energia, il carisma e la capacità di catturare il pubblico che usi ogni weekend come vocalist in discoteca davanti a una telecamera o su una passerella?
«L’energia che porto ogni weekend come vocalist nasce dall’istinto: in tre secondi devi capire una sala e farla tua. Non puoi nasconderti: o ti seguono o ti ignorano. È la palestra più dura che esista per imparare a catturare il pubblico. Ho da poco terminato il mio percorso come speaker radiofonico, ed è lì che ho imparato l’altra metà del lavoro: il controllo della voce, il respiro, la pausa e il rispetto del silenzio».
Il lavoro del performer vive d’imprevisti. C’è stato un momento preciso sul palco in cui hai capito di avere davvero il controllo della situazione?
«L’episodio più incredibile è successo l’estate scorsa. All’improvviso salta la corrente: musica morta, luci spente, microfono muto. Duecento persone al buio. Per due secondi c’è stato quel silenzio che in discoteca fa davvero paura. Sono salito sulla cassa, ho iniziato a battere le mani a tempo e a far cantare la gente a cappella. Senza microfono, solo con la voce. Dopo venti secondi tutta la sala batteva le mani con me. Quando è tornata la corrente, il boato è stato più forte del drop. Quella sera ho capito una lezione che mi porto dietro anche in passerella: lo show non si ferma mai».
Come descriveresti il tuo stile e come immagini il tuo linguaggio in ambito televisivo?
«Definirei il mio stile “quiet clubbing”. Fuori dal palco cerco la pulizia: mi piace vestirmi con eleganza ed equilibrio. Dentro, però, c’è sempre l’eco della notte: un tessuto tecnico, un accessorio silver o un taglio che si muove con la luce. È un continuo equilibrio tra controllo e rilascio. In televisione mi vedrei benissimo in un format che racconti proprio questa dualità. Non il classico racconto del personaggio chiuso in una casa, ma quello del performer che vive la città, la gente, la strada e l’imprevisto».
Dove ti vedi tra cinque anni e qual è la tua ambizione principale?
«Tra cinque anni non mi immagino a dover scegliere tra moda, TV, radio e club: mi vedo a farli dialogare. La club culture rimarrà sempre il mio perno centrale. La radio è diventata il mio laboratorio vocale, regalandomi il controllo, la pausa e il valore della parola. La moda e la TV sono gli amplificatori naturali di questo percorso: la moda è il linguaggio con cui questa energia diventa immagine, mentre la TV d’intrattenimento è il palco più grande dove far incontrare immagine e voce a un pubblico ancora più ampio».
Il percorso di Amadori Alan si fonda sulla capacità di adattarsi a contesti diversi, mantenendo una cifra personale riconoscibile. La discoteca gli ha insegnato a reagire in tempo reale e a creare una connessione immediata con le persone; la radio gli ha trasmesso l’importanza della tecnica, dell’ascolto e della misura; la moda gli offre invece un ulteriore linguaggio attraverso cui raccontare la propria identità.
Il suo obiettivo non è limitarsi a un singolo ruolo, ma costruire un profilo capace di attraversare più mondi dello spettacolo, mettendo in relazione voce, immagine e presenza scenica. Una visione in cui l’imprevisto non rappresenta un ostacolo, ma un’occasione per dimostrare le proprie capacità. Perché, come ha imparato quella sera davanti a duecento persone rimaste improvvisamente al buio, il vero performer non dipende soltanto dalle luci o dalla tecnologia: sa trovare dentro di sé l’energia per tenere vivo lo spettacolo.
A cura di Nora Taylor
Leggi anche: Crema viso: il gesto quotidiano che la pelle non può fare a meno